CHRIS PAUL, THE POINT GOD

 CHRIS PAUL, THE POINT GOD


Chris Paul nasce il 6 maggio del 1985 in North Carolina.

All’High School veste la canotta di West Forsyth, e sugli spalti della palestra, ad ogni partita, c’è una persona speciale che lo supporta: il suo miglior amico, suo nonno, soprannominato “Papa Chili”.


È la stella della squadra e nel primo anno tiene una media di 25 punti, 5 assist abbondanti e 4 rubate e mezzo a partita.

Ma la svolta della sua carriera avverrà probabilmente nel 2002, durante il suo anno da senior: suo nonno, il suo miglior amico, muore all’età di 61 anni, ucciso da 4 malviventi che tentavano di rapinarlo. 

Chris è distrutto, ha perso la persona più importante della sua vita e non riesce a farsene una ragione. 


L’unico modo che ha per sfogare rabbia e disperazione è attraverso la palla a spicchi.


Qualche giorno dopo il tragico evento, Chris si allaccia le scarpe e scende sul parquet con la sua squadra. 

Non c’è più il nonno sugli spalti a fare il tifo per lui, ma Paul decide che quello è il momento giusto per onorarlo. 


Fino ad allora il suo record di punti in una partita era 39, ma quel pomeriggio quel piccoletto con la numero 3 sulle spalle è una furia. Alla fine del primo tempo il suo tabellino recita 32 punti e a 2 minuti e mezzo dalla sirena finale, dopo aver già segnato 59 punti, va in penetrazione, segna e subisce il fallo. Sono i punti 60 e 61, ed andrà in lunetta per quello che con tutte le probabilità sarà il suo 62º punto della serata. Si avvicina alla linea della carità, tira e manca il canestro di un metro abbondante, lui che ai liberi è un cecchino quasi infallibile.


Mentre la palla rotola fuori dal campo Chris scoppia in lacrime e corre verso la panchina ad abbracciare suo padre, vice allenatore della sua squadra.


Chiuderà quella magica serata con 61 punti, esattamente come gli anni che aveva Papa Chili. 


Da lì in poi la carriera di una dei più grandi playmaker di sempre è sotto gli occhi di tutti:

  • 11 volte All-Star
  • MVP dell’All-Star Game del 2013
  • 4 volte primo quintetto NBA
  • 7 volte primo quintetto difensivo NBA
  • Rookie dell’anno nel 2006
  • 4 volte leader della lega per assist  
  • 7 volte leader della lega per recuperi
  • 2 medaglie d’oro olimpiche
  • 5º nella classifica assist all-time
  • 5º nella classifica rubate all-time
  • 3º all-time per partite da 10+ assist e 0 turnover


È stato e continua ad essere un fattore in qualsiasi franchigia approda, migliorando il record di squadra in maniera evidente e facendo crescere i compagni attorno a lui.

È un allenatore aggiunto, l’impersonificazione di un metronomo sul parquet, un vigile che dirige il traffico con la palla a spicchi fra le mani.


I suoi Clippers, con la nascita della Lob City, ci hanno fatto innamorare, la trade (poi bloccata da David Stern) ai Lakers alla corte di Kobe ci aveva fatto sperare.


Quest’anno il suo impatto in quel di Phoenix è romanticamente stupefacente, ha riportato ai playoff una franchigia che mancava sul grande palco da 11 anni.


Al primo round si è trovato di fronte forse la squadra più forte dell’intera lega: i Lakers del suo amico fraterno Lebron e di Anthony Davis. 


Chiunque li dava per spacciati, pronosticando un passaggio facile del turno per i gialloviola, eppure CP3 domina gara 1 portando la vittoria ai Suns, nonostante un brutto infortunio alla spalla che lo costringe a giocare in condizioni precarie.

Gara 2 e gara 3 vanno ai campioni in carica, anche perché Chris è visibilmente limitato dai fastidi alla spalla.

In gara 4 si sente meglio, ed infatti: 18 punti, 9 assist, 3 recuperi e 0 palle perse.


Serie sul 2 pari e Lakers in evidente difficoltà.


Il sogno di tutti è che possa prima o poi vincere un anello che sarebbe il coronamento di una carriera sensazionale.


Anche senza anello, però, siamo sicuri che Papà Chili sia orgoglioso di suo nipote.


Un ragazzo, ormai uomo, di 183 centimetri con un cuore enorme, che sul parquet fa quello che vuole da 16 anni nella lega più bella del mondo.


L’unica, vera, POINT GOD.






Commenti