CARMELO ANTHONY, POESIA IN MOVIMENTO.
28 maggio del 1984, Carmelo Anthony nasce a Brooklyn, New York.
A soli due anni perde il padre, morto di cancro.
Quando di anni ne ha 8 la sua famiglia decide di trasferirsi nel Maryland, più precisamente a Baltimora, dove Carmelo inizierà a mostrare il suo talento con la palla a spicchi.
In quegli anni Melo è testimone delle crudeltà di cui possono rendersi autori gli uomini, vede di tutto, dalla droga agli omicidi, ed è costretto a crescere in fretta, imparando a tenersi lontano dai guai e a tenere gli occhi fissi sul suo obiettivo: diventare un giocatore di basket.
Dopo una carriera scolastica, sportivamente parlando, sensazionale, viene reclutato dalla Syracuse University.
Al college, con indosso la canotta numero 15 (poi ritirata) degli Orangemen, trascorrerà un solo anno nella stagione 2002-2003, ma sarà un anno sensazionale: Melo sarà primo per punti, rimbalzi e minuti giocati nella sua squadra e porterà a Syracuse l’unico trofeo NCAA della sua storia.
Un’impresa fenomenale, per la quale verrà ricompensato con la nomina di Most Outstandig Player del torneo.
Vinto tutto ciò che poteva vincere con il college, Melo decide che è tempo di NBA e si rende eleggibile per il Draft del 2003.
Quel Draft passerà alla storia perché alla numero uno verrà scelto un ragazzotto vestito tutto di bianco proveniente direttamente dall’Highschool.
Quello del 2003 è senza dubbio il Draft di Lebron.
Quella che qui ci interessa, però, è la chiamata numero 3, con la quale i Denver Nuggets selezioneranno proprio Carmelo Anthony.
L’anno da rookie di Melo è estasiante: 6 rimbalzi e 21 punti di media e, sopratutto, la dimostrazione che nella lega è entrato uno scorer pazzesco, come pochi se ne sono visti nella storia della palla a spicchi.
Il rookie of the year lo vincerà ovviamente Lebron, ma c’è ancora chi sostiene (e le sue ragioni le avrà senz’altro) che avrebbe dovuto essere assegnato proprio a Melo, il quale portó una squadra che l’anno precedente aveva un record di 17 vittorie e 65 sconfitte a chiudere con un sorprendente 43-39.
Da lì in poi, tra i tanti cambi di casacca che lo hanno visto prima vestire quella dei New York Knicks, poi quella degli Oklahoma City Thunder, quella degli Houston Rockets ed infine quella dei Portland Trail Blazers, Melo vincerà la classifica marcatori del 2013 e riceverà per 10 volte la convocazione all’All Star Game e vincerà 3 medaglie d’oro olimpiche.
Una carriera di tutto rispetto, ma sottovalutata da molte, troppe persone.
Ai Blazers Melo ha scoperto una seconda giovinezza.
Con un ruolo diverso, non più go-to-guy ma fido scudiero alla corte di Damian Lillard, ha infatti ritrovato serenità e tranquillità.
Nel maggio di quest’anno è arrivata la ciliegina sulla torta: è diventato il 10º scorer all-time dell’NBA, sorpassando l’Hall of Famer Elvin Hayes.
Ieri ha spento le sue trentasettesime candeline, festeggiando con una vittoria ai danni dei Denver Nuggets che riporta la serie sul 2 a 2, e noi abbiamo deciso che, anche se in ritardo, era giusto rendere omaggio ad uno dei migliori attaccanti della storia del gioco.
Il suo Jumper dovrebbe essere fatto studiare nelle scuole d’arte di tutto il mondo e dovrebbe essere patrimonio dell’UNESCO: un misto di tecnica, eleganza, tempismo è fluidità che difficilmente potremo rivedere in altri giocatori.
Quindi grazie Melo.
Grazie per farci saltare sul divano a bocca aperta ogni volta che la palla lascia i tuoi polpastrelli.
Poesia in movimento, semplicemente Carmelo Anthony.

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