DERRICK ROSE: ONCE A HERO, ALWAYS A HERO
26 giugno 2008, Madison Square Garden, New York
“With the first pick, in the 2008 NBA Draft, the Chicago Bulls select Derrick Rose, from the University of Memphis”
Derrick Rose giocherà per i Bulls, per i suoi Bulls.
Derrick, infatti, è nato a Chicago e più precisamente nell’Englewood, uno dei quartieri più malfamati del South Side. È cresciuto, con sua madre e i suoi tre fratelli, sfuggendo alla malavita grazie alla palla a spicchi. Padre non pervenuto.
Le sue giornate le passava al Murray Park, il campetto di quartiere che era stato soprannominato Murder Park, per via dei continui episodi di violenza tra gang. Una palla che rimbalza in mezzo al suono di proietti esplosi per fame, questa è l’infanzia del futuro numero uno dei Bulls.
Tornava a casa e trovava la madre in lacrime con la posta in mano perché non sapeva come pagare le bollette. Nello sguardo di Derrick c’è la sofferenza di una vita intera passata a sopravvivere, più che a vivere.
Derrick ce l’ha fatta, è arrivato in NBA e per di più è stato chiamato dalla sua squadra del cuore, nella sua città del cuore. La probabilità che Chicago ottenesse la prima scelta a quel Draft era dell’1.7%, praticamente impossibile, eppure il destino ha voluto che Derrick rimanesse nella Windy City, per far tornare a battere il cuore ormai assopito dello United Center.
Può toccare il cielo con un dito. Ma nello sguardo di Derrick è rimasto il quartiere, quella consapevolezza che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo e quella voglia di lottare per correre più forte dei guai.
Già dalla stagione da rookie è una furia sul parquet. È una point guard moderna, capace di creare per sé e per gli altri ed è soprattutto dotato di un atletsimo da togliere il fiato.
Arriva al ferro con un’esplosività sorprendente ed il suo modo di schiacciare a due mani, inarcando la schiena portando la palla dietro la testa per poi detonare in un millesimo di secondo, spaventa i grandi centri della lega: piuttosto che finire sul poster il giorno successivo su ESPN preferiscono lasciarlo passare. Uomini di due metri e dieci che si spostano, impauriti per ciò che un ragazzino di neanche un metro e novanta potrebbe fare loro.
Vince, ovviamente, il premio di rookie dell’anno e con 17 punti, 4 rimbalzi e 6 assist di media trascina gli ormai SUOI Bulls fino al settimo posto ad est: si va ai Playoff.
18 aprile 2009, Chicago Bulls – Boston Celtics, gara 1 del primo turno di Playoff.
Si gioca al Garden e Pierce, Rondo, Allen e compagni sono già pronti a festeggiare l’1 a 0, ma di fronte a loro un tornado di 188 centimetri la pensa diversamente. Rose ne mette 36 e strappa gara uno in overtime ai Celtics. Eguagliato il record per maggior numero di punti messi a segno da un rookie al debutto ai playoff e porta i suoi in vantaggio nella serie. Una serie combattutissima che vedrà, però, i Celtics vincitori in gara 7.
Anche l’anno successivo, nonostante la costante crescita della giovane point guard che continua a stupire notte dopo notte, Chicago verrà eliminata al primo turno, questa volta contro i Cavs di Lebron. Il tempo non è ancora maturo per i Bulls, non è ancora il loro momento, ma nell’Illinois si respira un’euforia quasi ingiustificata, un’emozione che la Windy City non provava dai tempi di MJ.
Le aspettative su Rose sono altissime per la stagione 2010/2011 e Derrick lo sa. Le sue spalle sono abbastanza grandi per reggere i sogni un’intera città. Durante una conferenza stampa prima dell’inizio della regular season, un giornalista gli chiede quali siano i suoi obiettivi personali per quell’anno: lui risponde di essere convinto della possibilità di vincere l’MVP.
Perché no d’altronde? Perchè non potrebbe essere il miglior giocatore della lega?
Derrick è sicuro di sé, ma non in maniera arrogante, è semplicemente consapevole del suo talento, della sua fame e del suo lavoro. I compagni si affidano ciecamente a lui. È silenziosamente diventato il leader di quella squadra.
Quella del 2010/2011 sarà l’anno della svolta per DRose.
Gar Forman, nuovo general manager dei Bulls, decide di cambiare allenatore e sulla panchina di Chicago siederà un head coach esordiente: Tom Thibodeau.
Thibs sarà per Derrick una figura paterna ed anche grazie a lui giocherà, quell’anno, la migliore pallacanestro della sua vita.
È semplicemente “too big, too strong, too fast, too good”.
25 punti, 4 rimbalzi e 8 assist ad allacciata di scarpa: Derrick Rose entra nella storia, diventando il più giovane MVP di sempre. D’altronde aveva avvisato tutti, e quando un ragazzo venuto dal South Side parla, non lo fa mai a sproposito.
La squadra, tuttavia, non è ancora pronta a competere per il titolo e verrà eliminata, in finale di conference, dai troppo superiori Miami Heat di Lebron, Wade e Bosh.
Nell'annata 2011/2012, i Bulls sembrano essere finalmente maturi e chiudono la stagione regolare con il primo record della lega, nonostante Rose abbia saltato moltissime partite per alcuni problemi fisici.
Sono considerati una serissima contender e sembra finalmente arrivato per Derrick il momento di mettersi l’agognato anello al dito.
28 aprile 2012, Philadelphia 76ers – Chicago Bulls, Gara 1.
1 minuto e 25 secondi sul cronometro.
I Bulls conducono comodamente per 87 a 99 e la partita è praticamente finita. Rose, palla in mano, chiama un blocco di Noah e parte in penetrazione: crossover, arresto a due tempi e, quando tutti si aspettano 2 punti facili, Derrick la passa accasciandosi subito dopo a terra.
Derrick è solo, steso sul parquet mentre urla di dolore tenendosi quel maledetto ginocchio sinistro. Lo United Center, con il fiato sospeso, osserva la sua stella sperando che si rialzi.
Rialzati Derrick. Rialzati, ti prego.
La partita finisce: vittoria Bulls ovviamente, ma mai vittoria fu più amara.
Il giorno dopo, il referto degli esami strumentali è il peggiore: rottura del legamento crociato. Stagione finita per il numero 1 e, anche quest’anno, i sogni di vittoria dell’anello svaniscono: i 76ers batteranno infatti 4 a 2 i Bulls orfani del loro MVP.
Inizia il calvario di Derrick Rose.
La stagione 2012/2013 sarà, più dell’infortunio in sé, il turning point della carriera di DRose. Dopo mesi di riabilitazione successivi all’operazione al ginocchio, i medici gli danno il via libera per tornare a giocare. Tutti i tifosi sono pronti a riaccogliere il loro leader, sperano di rivedere al più presto quell’uragano mangiarsi il parquet a suon di crossover e schiacciate.
Derrick, però, non è pronto. Non è pronto psicologicamente a tornare sul campo da basket. Si allena, partecipa agli shootaround prima dei matches. Poi, però, torna in spogliatoio, si fa la doccia ed in borghese torna sugli spalti per assistere da spettatore alle gare dei propri compagni.
L’opinione pubblica inizia a dividersi: un professionista che, tra le altre cose, ha da poco firmato un contratto al massimo salariale non può, per un capriccio personale, rifiutarsi di scendere in campo, non è accettabile.
Comincia così una battaglia mediatica contro il povero Rose. I compagni di squadra lo difenderanno a spada tratta, nonostante nemmeno loro siano al corrente di quello che sta passando nella testa di Derrick.
Inizia la regular season 2013/2014 e Rose è finalmente pronto a tornare. Il suo sguardo, sempre malinconico, ha però adesso una sfumatura nuova: c’è della rabbia, del risentimento. Vuole dimostrare sin da subito, a coloro che lo avevano criticato per la lunga assenza, di essere tornato più grande, più forte, più veloce e più bravo di prima.
L’11 novembre del 2013, dopo appena 10 partite, però, il ginocchio torna a fare crack: rottura del menisco ed ennesimo season ending injury. Un colpo durissimo.
I successivi due anni in maglia Bulls sono poco più di un lunghissimo e trascinato addio, anche se Derrick ci crede ancora.
Il 22 giugno 2016, mentre Derrick sta registrando un’intervista per il suo documentario, riceve una telefonata: è il suo agente che lo avverte che sta per essere tradato ai New York Knicks. Dovrà lasciare la SUA Chicago, la SUA famiglia, i SUOI amici, la SUA casa. Derrick è notevolmente scosso e scoppia in un pianto straziante, gli sta crollando il mondo addosso.
Al Garden, nella stagione 2016/2017, Rose non brillerà e dopo solo un anno i Knicks decidono di non rinnovarlo. Inizia, così, il suo girovagare per varie franchigie NBA: Minnesota, Cleveland, Utah (che lo taglierà dopo poche ore) e poi di nuovo Minnesota.
Sulla panchina dei T-Wolves, Rose ritrova ancora una volta il SUO coach, Thibodeau. L’uomo che è stato per Derrick quasi un padre, e che come nessun altro aveva saputo capirlo.
Nella stagione 2018/2019 il ruolo di Derrick cambia, non gli viene più richiesto di essere il go-to-guy, ma di fare da chioccia ai giovani talenti di Minnesota e di portare esperienza, punti e visione di gioco dalla panchina.
31 ottobre 2018, Target Center, Mineapolis: Utah Jazz – Minnesota Twolves.
Rose incontra quei Jazz che solo qualche mese prima lo avevano tagliato. Probabilmente l’ha presa sul personale, perché quella notte Rose, come una fenice che risorge dalle proprie ceneri, si rende protagonista di una prestazione mozzafiato: 50 punti, career high e vittoria in tasca.
Nell’intervista post-partita, Derrick si lascia sopraffare dalle emozioni e scoppia in un pianto di liberazione e di felicità, mentre il Target Center lo applaude in piedi, onorato di aver assistito ad un lampo del giocatore che Derrick avrebbe potuto essere.
“once a hero, always a hero” commenterà Lebron James dopo quella fantascientifica prestazione.
27 dicembre 2018, United Center, Chicago: Minnesota Timberwolves – Chicago Bulls.
Derrick ritrova il suo primo amore, la sua città, i suoi tifosi che si erano, tuttavia, trasformati in nemici. Ma una storia d’amore ha sempre bisogno di un lieto fine: i Bulls, quella notte, hanno preparato un video commemorativo per celebrare l’MVP più giovane della storia. Derrick fa finalmente pace con il suo popolo, tanto che, quando va in lunetta per tirare i liberi, le lancette del tempo sembrno essere state riportate al 2011 e dagli spalti dello United Center si alza un coro: “MVP MVP MVP”.
Rose sorride, è finalmente felice. Non è più il giocatore di una volta, non brucia più i difensori con il suo primo passo fulminante, non salta più sulla testa dei rim protectors avversari: ha evoluto il suo gioco. È un giocatore nuovo, ma con lo stesso talento e la stessa fame di una volta.
Nella offseason 2019, prepara le valigie e si trasferisce a Detroit, dove ad aspettarlo c’è un altro grande del passato cui sono state tarpate le ali dagli infortuni. La stagione dei Pistons sarà fallimentare ed il duo Derrick Rose – Blake Griffin non può certo fare miracoli. Rose, comunque, concluderà con stats di tutto rispetto in uscita dalla panchina: 18 punti, 2 rimbalzi e 6 assist a partita.
Siamo finalmente arrivati ai giorni nostri.
Durante il mercato delle trades, il 7 febbraio 2021, Derrick, dopo aver richiesto di essere scambiato, viene mandato a New York, per la sua seconda volta in Maglia Knicks. Ad aspettarlo in panchina, neanche a dirlo, coach Thibodeau.
Rose sta viaggiando a 15 punti, 3 rimbalzi e 5 assist di media a partita: il sesto uomo che mancava ai sorprendenti Knicks di quest’anno, con un plus/minus di +206.
La scorsa notte ha abbattuto i Los Angeles Clipper di Leonard e George con 25 punti, 6 rimbalzi, 8 assist e con una percentuale dal campo del 65%. Eterno.
Se ami questo sport, non puoi non amare Derrick Rose. La sua è la parabola più romantica che il parquet abbia mai visto, la dimostrazione di come la forza di volontà possa battere qualunque difficoltà si ponga ad ostacolo nel proprio percorso.
Non importa se dovesse concludere la sua carriera senza mai avere l’occasione di vincere un anello, Derrick resterà per sempre un eroe della palla a spicchi.

Commenti
Posta un commento