14 settembre 1989
In un piccolo appartamento a Tomball, cittadina della periferia di Houston, Texas, nasce Jimmy Butler.
Jimmy è un ragazzino come tanti, troppi altri: cresce senza un padre, mai conosciuto perché fuggito non appena ricevuta la notizia della gravidanza della madre, in un contesto sociale complicato come quello dei sobborghi malfamati della Houston degli anni ’90.
La sua vita sembra segnata sin dal primo giorno: in quella situazione soltanto un miracolo potrebbe tenerlo lontano dalla strada.
Come se non bastasse, poi, all’età di 13 anni, Jimmy viene cacciato di casa: “I don’t like the look of you”.
Queste le parole con cui la madre decide di allontanare suo figlio.
Un bambino di soli 13 anni cacciato di casa solo perché alla madre non piaceva il suo aspetto.
TREDICI ANNI.
Jimmy è solo un bambino, ma la vita gli ha già imposto di prendere una decisione importantissima: abbandonarsi alla vita di strada (che per un afroamericano in quel contesto storico vuol dire finire in carcere o con una pallottola nel petto) o prendere in mano il proprio destino e combattere per un’esistenza migliore.
Senza una famiglia, senza soldi e senza un posto da chiamare casa, il piccolo Jimmy è costretto ad elemosinare giorno per giorno un tetto sotto cui dormire ad amici e compagni di scuola.
Già, perché Jimmy ha deciso di non abbandonarsi alla criminalità, Jimmy ha deciso di combattere.
All’età di 17 anni, dopo un’adolescenza passata a girovagare tra campetti di città e divani di conoscenti, alla Tomball High School conosce un certo Jordan Leslie: Jimmy ancora non lo sa, ma è finalmente arrivata la svolta per cui tanto aveva lottato.
I due sono compagni nella squadra di basket del liceo e diventano molto amici, tanto che Jordan un giorno decide di invitarlo a casa sua per cena.
Jimmy, ovviamente, accetta.
Durante quella cena, conosce i genitori del suo nuovo amico, i quali si rendono conto delle difficoltà del ragazzo e si offrono, per quella notte, di ospitarlo in casa loro. Quella notte, però, diventerà una settimana e poi un anno.
Jimmy ha finalmente trovato una famiglia.
Ora che vive una condizione di stabilità può dedicarsi anima e corpo alla sua più grande passione: è innamorato della palla a spicchi e sa che il basket lo ha salvato dalla strada, gli deve tutto.
Il suo impegno in allenamento gli consente di ricevere un’offerta per una borsa di studio da un’università del Texas: il Tyler Junior College gli offre la possibilità di continuare a coltivare il suo sogno, ma è un’università minore e non gli consente di ottenere la visibilità di cui avrebbe bisogno per ricevere una chiamata in NBA.
Jimmy lavora duro, non salta un allenamento e quando è sul parquet lancia sempre il cuore oltre l’ostacolo.
Gli scout universitari lo notano e un anno dopo, arriva l’offerta da un college importante: giocherà per Marquette.
Il primo anno in Wisconsin non è dei migliori, anzi: 5.6 punti, 0.7 assist e 4 rimbalzi di media a partita con meno di 20 minuti giocati ad allacciata di scarpa. La stagione da sophomore è totalmente anonima, eppure qualcosa di speciale in quel ragazzo c’è.
L’anno successivo, Jimmy sale di livello chiudendo la stagione 2009 – 2010 con quasi 15 punti, 2 assist e 6 rimbalzi di media.
La stagione da senior vede un ulteriore incremento nelle statistiche e nella qualità del suo gioco.
Ogni giorno che passa, ogni stagione che passa, Jimmy diventa più forte.
Alla fine della stagione 2010 – 2011 si dichiara eleggibile per il Draft NBA.
A chiamarlo con la numero 30 sono i Chicago Bulls di Derrick Rose.
L’anno da rookie non è semplicissimo, anche perché in panchina siede Tom Thibodeau, noto per non riporre la minima fiducia nelle matricole: sono troppo immature, devono fare la gavetta.
Jimmy, a testa bassa e con soli 8 minuti a partita sul parquet, continua a lavorare e a dare il massimo ad ogni singolo allenamento.
L’anno successivo finalmente entra stabilmente nelle rotazioni di coach Thib ed ha l’occasione di mostrare quanto vale.
Ogni giorno che passa, ogni stagione che passa, Jimmy è più forte.
Da giocatore che a malapena rientra nelle rotazioni, mattone dopo mattone, Jimmy è diventato una superstar di questa lega, un giocatore franchigia.
Un leader.
La passata stagione ha portato Miami, da underdog, alle Finals. Ha combattuto con il coltello fra i denti ogni singola partita della serie, riuscendo addirittura a strappare due vittorie al Re e ai suoi Lakers che sembravano imbattibili.
L’anello 2019 – 2020 lo porteranno a casa i gialloviola, ma Miami ha venduto cara la pelle e quella serie è la perfetta fotografia dell’uomo Jimmy Butler: con Adebayo e Dragic assenti per infortunio, il 22 degli Heat vince gara 3 giocando 44.51 minuti, riposandone soltanto 4 e mettendo a referto 40 punti, 2 stoppate, 2 rubate, 13 assist e 11 rimbalzi.
A game for the ages.
Alla conferenza post-partita arriva praticamente strisciando. Non riesce a camminare.
Ha dato tutto, è esausto, ma due giorni dopo è di nuovo sul parquet a lottare su ogni singola palla.
Questo è Jimmy Butler e se Miami questa stagione senza di lui ha un record di 6 vinte e ben 12 perse (contro il 29 – 19 di quando il ragazzino venuto dal Texas è in campo) non c’è da stupirsi.
Butler è anima e corpo di questi Miami Heat.

Commenti
Posta un commento